Il sonnambulo

Da bambino fantasioso e sognatore quale era, Guido si era trasformato in un adolescente scettico al limite dell’irritante.  Il suo pragmatismo sfiorava la brutalità, allontanando chi avrebbe voluto approfondire la sua conoscenza e arrivando a stupire chi lo conosceva da sempre. Inizialmente familiari ed amici pensavano che fosse solo un passaggio obbligato, di quelli che caratterizzano la terra di mezzo che separa l’infanzia dall’età adulta, e che quindi quel nuovo lui sarebbe se ne sarebbe andato così come era arrivato. Col passare del tempo si convinsero che – piacesse o no – il cinico adolescente che si trovavano di fronte oggi sarebbe stato l’uomo di domani. Accettarono questo cambio di pelle e di anima con un’alzata di spalle, senza mai interrogarsi su cosa avesse scatenato la metamorfosi e senza accorgersi che in realtà quella torre di ghiaccio era la prigione dove l’adolescente aveva nascosto il bambino, per proteggerlo dal male che poteva fargli il mondo. Guido aveva imparato a soffocare ogni residuo di fantasia nella razionalità, non sognava più ad occhi aperti e non ricordava i sogni che faceva ad occhi chiusi. Semplicemente non credeva più in niente che non fosse concreto e tangibile.
La trasformazione non avvenne senza conseguenze: il suo sonno non era più lo stesso. Gli episodi di sonnambulismo erano aumentati, variando dal comico al potenzialmente drammatico.
Una volta si era risvegliato al mattino col pavimento cosparso di involucri di crackers e merendine vuoti. Aveva divorato nel sonno cibi che, da sveglio, non avrebbe nemmeno annusato, tanto li detestava. Un’altra volta era convinto che dei ladri si fossero introdotti in casa e – sempre in stato di sonnambulismo – aveva preso il cellulare e composto il numero di emergenza dei Carabinieri, denunciando l’intrusione di estranei in casa. Alle due del mattino i genitori furono svegliati dalle forze dell’ordine che bussavano alla porta. Mezzi addormentati e coi capelli scarmigliati, impiegarono un po’ per capire quello che dicevano i due uomini in divisa – “Ladri? Quali ladri? Noi non abbiamo fatto nessuna telefonata” – e, dopo aver compreso l’accaduto, impiegarono un altro po’ convincere gli agenti che il figlio soffriva di disturbi del sonno e che sicuramente la chiamata era partita in uno dei suoi episodi di sonnambulismo. Li portarono nella camera del ragazzo, dove lui dormiva profondamente avvolto tra le lenzuola, senza accorgersi di nulla. Sul display del cellulare, abbandonato sul pavimento di fianco al letto, trovarono ancora il numero 112.
L’episodio più pericoloso lo visse quando, convinto che il suo gatto fosse caduto dal balcone, si sporse disperato dalla ringhiera con tutto il busto, guardando il marciapiede sottostante in cerca del micio paffuto e chiamandolo a gran voce. Abitavano al quarto piano di un condominio.
I genitori ormai avevano perso il conto delle volte in cui erano stati svegliati di soprassalto dalla sue urla di terrore, ma ogni volta che gli chiedevano cosa stesse sognando lui rispondeva laconico: “Non me lo ricordo”.
Una notte come tante altre, i suoi genitori sentirono un mormorio sommesso e continuo provenire dalla camera di Guido. “Ringraziando il cielo questa volta non sta gridando”, pensò la madre mentre andava verso la sua stanza del ragazzo per controllare cosa stesse succedendo. L’orologio segnava le 2.48.
Lo trovò inginocchiato ai piedi del letto e con le mani giunte. Stava pregando nel sonno. Questo fece rabbrividire la madre più di ogni altro delirio notturno a cui avesse assistito. Con calma e senza svegliarlo, lo fece rimettere a letto, aspettò che si riaddormentasse e torno a dormire anche lei.
Il mattino dopo nel condominio regnava uno strano fermento. Inquilini sui pianerottoli che parlottavano a bassa voce, un andirivieni di medici, portantini e infermieri su e giù per le scale, auto medica e ambulanza parcheggiate davanti al condominio. La madre di Guido si fermò sulla soglia del palazzo e domandò al custode cos’era successo.
“Ha presente la signora Bianca? La vecchietta che viveva al terzo piano, proprio sotto al vostro appartamento?” – disse lui – “Beh, è morta stanotte nel sonno. L’ha trovata stamattina la sua badante, quando è arrivata come ogni mercoledì per fare le pulizie.”
“A che ora è successo?”, chiese la madre di Guido, mentre un brivido di paura le paralizzava la schiena e il sangue le defluiva dal viso ai piedi, lasciandola pallida come uno straccio lavato troppe volte.
“Non so” – rispose il custode – “Il medico dice verso le tre.”

Photo by Wonderbjerg

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Fantasma

“Ho paura”
“Di cosa?”
“Di cominciare”
“Perché?”
“Perché se comincio diventi vero. Terribilmente vero.”
“E allora?”
“E allora io sentirei ancora più forte il disagio d’esistere solo come gioco per la tua fantasia.”
“Davvero con capisco cosa vuoi dire.”
“Temo di essermi innamorata un po’ di te.”
“E allora?”
“E allora c’è che ai fantasmi l’amore non fa bene”
“Perché?”
“Perché anche se non abbiamo corpo, la pelle fa sentire i suoi richiami ed esige un compenso al desiderio che emana.”
“Non capisco”
“Ti vorrei dentro di me, invece ti passo attraverso”

[Appena lui chiuse la porta, lei eliminò i segni che si era lasciato dietro come ferite appoggiate sul fondo di un cassetto. Anche la nota di amaro che giaceva nello stomaco era una musica che sentiva solo lei.
Ora si trattava solo di imparare a respirare sotto’acqua.]

Fantasma

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Duffy Duck

Le stava seduto davanti, al tavolino del bar. Sorseggiava con calcolata disinvoltura il Martini Dry che aveva ordinato e intanto parlava, parlava, parlava, cercando di affascinarla con la sua eloquenza, che senza dubbio era buona. Così come era notevole la sua dialettica.
Provava ad affascinarla anche con lo sguardo che, innegabilmente, aveva un che di magnetico.
Era convinta che lui stesse dando fondo a tutto il suo repertorio di gran seduttore, impegnandosi al massimo.
Ma la sua voce…
Lei lo guardava, ma soprattutto lo ascoltava. E l’unica cosa che riusciva a pensare era: “Santo cielo, è Duffy Duck”.
Duffy Duck… 

Martini dry

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